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“The state of your life is nothing more than a reflection of the state of your mind.”
─ Wayne W. Dyer

 

Meridiano dello stomaco.

Avevo sentito questo termine da un conferenziere famoso. Mi aveva colpito una frase: “Se a una persona togli un dolore al ginocchio, magari puoi fargli peggio; metti che ha un problema col meridiano dello stomaco e gli sale a livello gastrico”. Questa parola fa scattare subito la mia attenzione. Così ho cercato qualche riferimento web, e ho trovato una pagina interessante dove spiega cos’è questo meridiano e quali problemi può causare. Ma dopo aver letto, ho visto la biografia della persona che scriveva questo sito, e non mi ha rassicurato. E anche alcune persone, anzi molte persone con cui sono entrato in contatto in quest’ultimo periodo hanno questa cosa in comune: credono in qualcosa che va oltre le mie conoscenze medie. Così ho cercato di capirne di più.

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Da alcuni anni si stanno sviluppando tutta una serie di figure professionali – ben consce che la ricerca di senso è alla base dell’agire umano – che aggirano il problema della motivazione dandone una connotazione diversa. Sono gli stessi psicologi, che spostano il discorso dalla ricerca di senso alla ricerca di una tecnica, o una metodologia efficace. Alla base di questo filone di pensiero – banalizzando – c’è una constatazione, ovvero che il cognitivismo classico che per tanti anni ci ha accompagnato nella ricerca di senso, analizzando la storia, il vissuto emotivo, il padre, la madre, la nonna, i fratelli, l’attaccamento e tutto quello che ha caratterizzato il passato della persona – spesso non risolve il problema. O per meglio dire, la persona riesce ad avere un quadro del proprio passato ma non cambia, capisce qualcosa di sé ma non modifica il suo agire, o non lo modifica abbastanza. In altri termini capire non porta automaticamente al cambiare, come invece si riteneva accadesse nei casi ben formati di psicanalisi.

Quindi si è spostata l’attenzione sull’obiettivo: è quello di ottenere dalla persona dei risultati, non importa quale passato abbia generato i traumi o i disturbi. Quelli ci sono, ma non è tanto importante analizzarli e capirli, quanto averne coscienza e poi guardare avanti, gettarseli dietro le spalle. Non dargli cioè quella connotazione deterministica che invece la psicoterapia canonica fa, cioè il perché agiamo. Sapere perché si ripete uno stesso errore o comportamento, toglie il problema? Molto spesso no, appunto. E allora, sulla base di un certo fallimento notato dall’approccio classico, arriva il nuovo approccio. Che dice, “il tuo problema è un blocco? Non mi interessa tanto far risalire a livello cosciente tutti i motivi che hanno portato al blocco stesso, ma rimuoverlo il prima possibile”.

E il cardine di questa metodologia si basa su due elementi: uno è il fare, inteso come l’agire individuando degli obiettivi precisi, avendo una mission, e non fermandosi a ragionare sul Sé ma ribaltando l’esperienza: agire in direzioni nuove e diverse. Il secondo è poi essere efficienti ed efficaci. E’ l’efficienza quello che conta, con l’efficienza e la metodologia superiamo le nostre debolezze, le nostre limitazioni e soprattutto, troviamo un senso. Il senso di quello che si fa arriverà dopo, dopo aver agito, non prima. L’azione darà sviluppo compiuto alla motivazione stessa e non viceversa.

Difficile per chi ha una formazione come la mia, credere totalmente in qualcosa del genere. Ho un certo intuito per le cose poco…convincenti e soprattutto coltivo il dubbio, sapendo che la motivazione interiore è quella molla fondamentale che mi spinge verso l’azione molto più di quanto l’azione stessa potrà mai ottenere, anche se soddisfacente e perfezionata. Tuttavia, chi è appassionato di queste metodologie, e ne ho conosciuti alcuni in questi anni, si fida cecamente e le applica con perizia, mettendole in pratica e ottenendo risultati.  La scuola più famosa è senza dubbio quella della terapia breve strategica fondata in Italia da Giorgio Nardone sulla base delle intuizioni di Paul Watzlawick, ma non è certamente la sola. Sono nati decine di corsi, sulla scia del successo di questo metodo nel mondo anglosassone (sempre all’inseguimento dell’efficienza) cercando di armonizzarlo con il nostro ambito europeo (costantemente alla ricerca di senso).

Parallelamente, però, a partire da questi nuovi approcci psicoanalitici si sono innestate le ben più numerose e variegate scuole di coaching, counseling e mentorship che sono ormai una realtà consolidata, diffusasi in Italia e in Europa a macchia d’olio e suddivisibili, grossolanamente, tra life coach (per lo sviluppo personale), coaching aziendale (in genere il più remunerativo), e coaching di gruppo, per tutte le età. E qui, si entra decisamente in un campo meno rigoroso o quantomeno sperimentale e talvolta ci si orienta un po’ a vista.

ATTENZIONE: IL POST CONTINUA SU http://www.lucianogiustini.org/blog/archives/2014/11/quella_ricerca_di_senso_dalla_psico.shtml

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